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Eco Umberto – Il nome della rosa

€24.00

Hardcover: 558 pages
Publisher: Shanghai Translation Publishing House; (January 1, 2015)
ISBN-13: 978-7532766277

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Descrizione prodotto

Incontro con Shen Emei, traduttrice de “Il nome della rosa” in cinese

Shen Emei: Ormai la lingua e la letteratura italiana sono la compagnia della mia vita, una compagnia così fedele, incoraggiante, mi ha fatto dimenticare la solitudine, ogni volta che esce un libro mio, che gioia, sono emozionata tutto il giorno. Ricevo telefonate dai lettori e allievi cinesi che mi accompagnano sempre nella mia vita. Sono molto riconoscente alla vita e anche alla lingua italiana che ha valorizzato la mia esistenza, rendendola utile sia alla Cina che all’Italia, e che mi incoraggia a vivere di più per poter lavorare ancora nel mio mondo italiano e cinese.
Gabriella: Amici ascoltatori, siamo nella casa di Shen Emei, professoressa di italiano presso l’Università di Lingue straniere di Pechino per più di 40 anni. Le osservazioni che avete sentito poco fa si riferiscono all’immenso lavoro compiuto dalla professoressa in questi anni sia di traduzione di testi di letteratura italiana che di compilazione di testi di studio dell’italiano pubblicati diverse volte in tutti questi anni. Recentemente è anche stata pubblicata una grammatica italiana, con… ma lasciamo parlare la professoressa
Shen: Una grammatica italiana e un dizionario di distinzione dei sinonimi italiani, apprezzato sia dagli studenti cinesi che dagli insegnanti di italiano, entrambi pubblicati anche a Taibei.
Gabriella: Nella tua grammatica hai anche inserito un brano tratto da un’opera di Umberto Eco, quale esattamente?
Shen: Un brano che parla dell’ispezione di William alla biblioteca, si tratta dell’uso del congiuntivo e del trapassato prossimo, ha usato il periodo ipotetico per analizzare la situazione in cui si trovava il protagonista e la descrizione della biblioteca.
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Gabriella: Questo è molto interessante perchè purtroppo in Italia ora il congiuntivo non è più molto utilizzato, specie nel settore dell’informazione, il che è un peccato. Ora passiamo all’ argomento del nostro colloquio di oggi, la traduzione del romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”, già tradotto in moltissime lingue, ed ora anche in cinese, pubblicato per i tipi della Casa editrice della traduzione di Shanghai nel marzo scorso, e di cui adesso sono già state vendute ben 30mila copie. Come sei venuta in contatto con l’opera e anche con Umberto Eco, che mi sembra che hai conosciuto?
Shen: E’ stato un gran piacere conoscere l’autore che stavo traducendo. La traduzione non è stata una mia iniziativa. E’ stata la casa editrice che voleva e doveva trovare un buon traduttore per ritradurre in cinese questo romanzo. C’erano diverse traduzioni sia a Taibei che all’interno della Cina, dall’inglese, non chiare, e il pubblico non era contento. Mi hanno cercata, ma io esitavo. Oltre alla salute, non stavo bene dopo l’intervento chirugico, sapevo che Eco è un autore difficile, erudito. Allora ho esitato per ben 5-6 mesi, ma dopo aver revisionato un pò le altre pubblicazioni, mi sono convita che valeva la pena di ritradurre. Nel trapasso dall’italiano in inglese e poi dall’inglese in cinese, lo sconto è troppo grande, così ho accettato e iniziato la traduzione quattro anni fa, giorno per giorno.
Ci sono tanti passi difficili, meno male che ho un collaboratore di cinese, un professore cinese di cinese, che mi ha aiutato a rendere un cinese più scorrevole, elegante e conciso. Poi ho trovato una bella collaborazione con la specialista italiana che lavora a RCI, Gabriella, che veniva quasi ogni settimana per un incontro letterario, con altri due traduttori di altri due romanzi di Umberto Eco, “Il Pendolo di Foucauld” e “L’isola del giorno prima”. Abbiamo formato questo gruppetto letterario, quasi ogni settimana ci trovavamo a casa mia, portavamo un sacco di domande linguistiche, di comprensione per rendere la traduzione più corretta e precisa, chiara. Abbiamo fatto uno scambio culturale e anche… di cucina.
Gabriella: Vi assicuro che è stato proprio piacevole, perchè la professoressa Shen Emei oltre ad essere una bravissima italianista è anche un’ottima cuoca ed una padrona di casa molto gentile e cordiale, quindi le ore che abbiamo passato insieme le ricorderò sempre. Sono stata lieta di cooperare nel mio piccolo nell’ambito linguistico e storico, ma per altre cose la professoressa ha anche dovuto chiedere ad architetti ed esperti di religione, vero?
Shen. Sì, sugli aspetti religiosi, per me, per i cinesi è molto più difficile. Non riuscivo nemmeno a distinguere fra Cattolicesimo e Protestantesimo e le altre fazioni religiose, mamma mia! Per non dire tradurre la storia del cattolicesimo e della Chiesa, per me è stata una vera prova, una sfida!
Gabriella: Così hai utilizzato sia un esperto di religione che un architetto?
Shen: Sì, al mattino noi cinesi ci troviamo a fare Taiqiquan, la boxe cinese, con gli insegnanti dell’università, fra cui una signora ingegnere edile, l’ho invitata a casa mia a vedere la pianta del convento, e abbiamo deciso come tradurre con precisione il termine “edificio”, di cui in cinese ci sono molte traduzioni, “loufang”, “zhulou”. Gli altri traduttori hanno usato “talou”, ma non va bene. Abbiamo deciso di usare “loubao”.
Gabriella: I contenuti del “Nome della rosa” sono molto profondi, è un testo difficile anche per gli italiani; difatti Umberto Eco ha addirittura compitato un testo esplicativo per gli studenti e per i suoi traduttori nel mondo ha anche creato un glossario dei termini più difficili, ma non c’era la traduzione latina...
Shen: Due anni fa, una notte d’inverno, abbiamo avuto la fortuna di incontrare personalmente lo scrittore e ci siamo lamentati delle difficoltà linguistiche incontrate nella traduzione e, con compassione, Eco ha detto: ma il latino va anche tradotto? Per gli italiani può anche non essere tradotto, ma per i cinesi bisogna farlo. Poi ha detto: non è un latino semplice, e’ un latino medioevale! Ah, medioevale addirittura! Ho detto: non ce la faccio più con questo latino! Sul momento non ha detto niente, ma una settimana dopo, tramite Gabriella, ci ha mandato una copia della pubblicazione per gli allievi del liceo, con tutte le note, che gioia! La sera stessa ho revisionato la parte che avevo già tradotto, ho inserito tutte le note, e ho lavorato fino alle 2-3 di notte, ma ero molto contenta.
Gabriella: Che impressione ti ha fatto Umberto Eco quando l’hai incontrato?
Shen: E’ molto simpatico, è un grande autore, ma una persona accessibile, piena di umorismo. La signora, molto simpatica, mi ha chiesto: perchè appena oggi cominciate a tradurre Eco, e poi questo romanzo è stato pubblicato 30 anni fa! Ho detto che i lettori cinesi hanno conosciuto Eco appena in questi ultimi anni, perchè nessuno aveva tradotto le sue opere perchè sono troppo difficili. Io ho tradotto Moravia, Deledda, D’Annunzio, anche uno scrittore difficile, erudito, Malerba, Nievo e recentemente tre anni fa “La leggenda del pianista sull’oceano”, e “Senza sangue”, anche pubblicato a Taibei, di Baricco, un autore ben accolto dai giovani. Dopo questi autori, tre anni fa ho accettato il lavoro del “Nome della rosa”, uscito 30 anni fa. La sua vitalità consiste nel suo contenuto, nella sostanza, è un libro bello da leggere non solo per la trama, ma soprattutto per il pensiero, lo spirito di sfida alle cose consuete, passate, considerate la verità assoluta, è un libro che fa pensare, per questo va letto con spirito di analisi, non solo per uno svago per sapere la trama: sette morti in sette giorni e basta, e poi il mistero che viene rivelato. Dopo la lettura, bisogna pensare, perchè queste cose succedono nel passato e anche oggi in diversi paesi. Ha un valore universale. Questo successo di Eco in Cina dopo 30 anni non me lo aspettavo neanch’io.
Gabriella: Vorrei ricordare che ieri sera c’è stata un’ interessante tavola rotonda di presentazione a Pechino della versione cinese del “Nome della rosa”, a cui, oltre alla professoressa Shen Emei, la traduttrice, hanno partecipato due scrittori cinesi e un rappresentante della casa editrice di Shanghai che ha pubblicato il romanzo in cinese. E’ stato molto riuscito, con una cinquantina di persone, giovani e anziani. Vicino a me era seduto uno scrittore cinese che si stava letteralmente divorando il testo. Non sapevo ancora che era uno scrittore, gli ho chiesto riesce a capire, ha detto sì, la trama è estremamente avvincente, la lingua è molto bella e penso che mi aiuterà molto nella mia attività di scrittore. Questa è una delle attività in corso in Cina per la presentazione della versione cinese del “Nome della rosa”. Il 18 aprile in occasione dell’apertura della Settimana della cultura italiana ad Hangzhou, si è anche tenuta una cerimonia di presentazione. Tu hai lavorato tanti anni, e anche dopo la pensione, con l’italiano, quindi puoi darci un parere di prima mano su quanto è già stato pubblicato in Cina di letteratura italiana.
Shen: Abbiamo iniziato negli anni ’80 con un gruppo di traduttori diretto dal professor Lu Tongliu, con una collana di classici italiani, a partire dalla “Divina commedia”, i “Canti” del Petrarca, la “Gerusalemme liberata”, il “Fuoco” di D’Annunzio, toccato a me. La collana ha avuto un gran successo, pubblicata dalla Casa editrice Huacheng di Guangzhou. Putroppo dopo, con lo sviluppo economico della Cina, sia i traduttori che i lettori hanno spostato l’attenzione sul settore commerciale ed economico. Nonostante questo, una casa editrice di Nanchino ha pubblicato una serie di opere di Italo Calvino, io ho tradotto i “Racconti”, poi due volumi di opere scelte di Moravia, io ho tradotto “La romana” e “Il disprezzo”, e i “Racconti romani”. I libri mi sono stati spediti personalmente da Moravia, che ho accompagnato nel 1987 nel suo ultimo viaggio in Cina. Alla fine alla stazione di Shanghai ci siamo salutati e lui mi ha chiesto: Shen, cosa vuoi da me? Ho detto: niente, i suoi libri! Una settimana dopo mi ha spedito un sacco di libri di opere sue, romanzi, opere di teatro, racconti, tutti con la copertina rossa, che bello, che gioia! Ricordo che nelle tappe del suo viaggio mi ha detto: Shen, tu potresti tradurre “Agostino”, per esempio, “Racconti romani”, “La romana”, mi ha suggerito alcuni libri da tradurre che parlano dell’esistenza femminile, di sofferenze, pene… Ho detto: sì, almeno due libri, ti assicuro. Non ho mancato alla promessa. Ho tradotto “La romana”, “Disprezzo”, i “Racconti romani” che negli anni ’80-’90 hanno avuto un gran successo. Dopo la sua scomparsa, quando guardo i libri sullo scaffale, ricordo con piacere questo autore che mi ha aiutato ad avviare la mia carriera di traduttrice.
Gabriella: Le tue traduzioni precedenti e quella del “Nome della rosa” sono diverse, sei soddisfatta della traduzione del “Nome della rosa?”
Shen: Sì, adesso sì. Un detto cinese dice “prima l’amarezza e poi la dolcezza”, dopo aver lavorato tanto, ora godo il frutto degli sforzi collettivi, quindi apprezzo sempre più la traduzione. E’ diversa, perchè è un’opera aperta, una caratteristica di Umberto Eco, che è anche un sociologo che si interessa del processo sociale dell’Italia e del mondo. Le sue opere ci aprono orizzonti nuovi e lontani. In genere non voglio leggere le mie traduzioni perchè posso ancora pescare delle imprecisioni o degli errori di stampa, ma il “Nome della rosa” lo riprendo spesso, per rimasticare il sugo di questa opera e sapere il perchè di questo successo fra i lettori cinesi. Per ogni scrittore il primo romanzo è sempre il più importante e apprezzato. Per questo sono contenta anche per i lettori cinesi che con il mio lavoro e gli sforzi dei miei amici possono leggere un romanzo tradotto direttamente dall’italiano e condividere con me la soddisfazione e il suo valore letterario e sociale.
Gabriella: Hai studiato italiano all’Istituto della Radio, negli anni Sessanta?
Shen: Dopo due anni di studio del francese, perchè a Shanghai mi sono diplomata in francese in un collegio francese. La nostra università aveva bisogno di insegnanti per aprire un corso di italiano, allora mi hanno mandato all’Istituto della Radio a studiare due anni italiano. Dopo, nel ’61-’62, per le divergenze fra partiti, i sovietici, e anche gli esperti italiani si sono ritirati. Nell’Università di lingue straniere di Pechino hanno aperto il corso di italiano, ed ho cominciato a insegnare, ma ero così giovane, avevo 22 anni, e gli studenti mi prendevano in giro, allora per la rabbia mi sono tagliata le trecce per darmi un’aria più matura e convincente. Sono stata in Italia tre volte, negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Negli anni Settanta sono stata a Perugia per l’approfondimento della grammatica, poi a Roma per la letteratura contemporanea, e negli anni Ottanta a Venezia mi sono perfezionata in letteratura e lingua contemporanea. Negli anni Novanta sono stata all’Università Statale di Milano, dove ho conosciuto la professoressa Lavagnino, ho insegnato cinese, e conosciuto molti amici dell’Associazione di amicizia Italia-Cina. Dopo sono rientrata in Cina ad insegnare. Ho tanta nostalgia dell’Italia devo ritornare forse per l’ultimo viaggio. L’italiano non l’ho mai abbandonato, neanche un giorno, in ospedale ho scritto a letto la prefazione del libro “Senza sangue” di Alessandro Baricco, ho anche corretto la traduzione di “Fuoco”, e revisionato un’antologia italiana, l’unica esistente in Cina, ancora usata adesso. Non ho mai smesso di lavorare con l’italiano, che è la compagnia della mia vita.
Shen: Devo ringraziare molto, sentitamente, tutti i miei amici insegnanti italiani che mi hanno aiutato e mi hanno fatto conoscere questa bellissima lingua che è l’italiano, che mi ha aperto questo orizzonte infinito per tutta la vita.